Pink Floyd in mostra a Roma: come al parco divertimenti

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Da Londra a Roma: apre la mostra-show con cui la band più psichedelica del rock celebra 50 anni di suoni, invenzioni, icone. Tra maiali giganti, grandi muraglie e remix interattivi.

Beh, no, i Pink Floyd (o Pin Flòi, come nell’indimenticabile pezzo dei Pitura Freska) al museo Macro non si vedranno; anche se per l’anteprima si sono già visti a Roma il batterista Nick Mason, e lo storico cantante, bassista, paroliere, leader maximo, ex carnefice, ex vittima e sempiterno genio concettuale Roger Waters. Ma in questo grande, spettacolare carrozzone di mostra, che fino ai primi di luglio si trasferisce qui dopo il successone 2017 al V&A di Londra, si potrà vedere, ascoltare, respirare tutto l’immaginifico, psichedelico universo dei Pink Floyd. Sottotitolo Their mortal remains; un insieme di «spoglie mortali», reliquie originali, installazioni interattive visuali e sonore. C’è qualcosa per tutti: i fan casuali con propensioni tra hi-fi e hi-tech possono appassionarsi a remixare la canzone-simbolo Comfortably Numb (che suonarono per l’unica reunion del 2005 dopo l’acrimonioso divorzio anni Ottanta tra Waters e il resto della band guidata da David Gilmour); o a giocare con la versione digital-tridimensionale del mitico prisma di The dark side of the moon.

I nostalgici dei grandi live fine Settanta/primi Ottanta si possono emozionare con il maiale gonfiabile a grandezza originale (su sfondo della Battersea Power Station versione modellino), le ciclopiche mura di The Wall da cui spuntano crudeli maestri, soffocanti mamme e altri personaggi sgorgati dalla matita dell’illustratore Gerald Scarfe su input di Waters. Per i feticisti del lato musicale, ecco le chitarre Fender, sia Stratocaster sia Telecaster, con cui Gilmour cesellò alcuni dei suoi formidabili assoli; e per archeologi della videoarte, ecco un restaurato videoclip dei primi anni Settanta; One of these days, dall’album Meddle. Conosciuto tra i fan per la copertina «dell’orecchio», così come Atom heart mother era quello «della mucca»: ampio spazio, com’è ovvio, a tutte le grafiche, curate spesso dal compianto Storm Thorgerson dello studio Hipgnosis insieme con «Po» Powell (uno dei curatori della mostra).

A mezzo secolo da quel 1968 in cui uscì il primo singolo Arnold Layne e i Floyd (allora creativamente guidati da Syd Barrett, spirito surreale poi sfumato nella follia) già erano pionieri multimediali con caleidoscopiche proiezioni ai concerti, ecco dunque l’occasione per rivivere una delle massime avventure artistiche del rock. Che sopravvive alla fine del gruppo. Anche perché, con buona pace dei Pitura Freska, i Pink Floyd sono stati abili a farsi vedere sempre meno.